Approfondimenti

Possiamo comprendere noi stessi solo a partire dal fatto che l’uomo è una grande domanda di infinito.

Su questo punto si dispiega l’itinerario che la mostra «La forma dell’infinito» (Udine, Casa Cavazzini, 16.10.2021-27.03.2022) propone attraverso cinquanta capolavori, molti dei quali firmati dai più importanti protagonisti dell’arte negli ultimi due secoli: Claude Monet, Paul Gauguin, Paul Cézanne, Alfred Sisley, Henri Matisse, Dante Gabriel Rossetti, Michail Nesterov, František Kupka, Vasilij Kandinskij, Aristarch Lentulov, Natal’ja Gončarova, Odilon Redon, Maurice Denis, Jacek Malczewski, Mikalojus Čiurlionis, Nikolaj Roerich, Medardo Rosso, Umberto Boccioni, Pablo Picasso, Emilio Vedova, Ernst Fuchs, Hans Hartung e altri ancora. Una mostra nata dalla collaborazione, fra gli altri, con il Belvedere di Vienna, con la collezione Peggy Guggenheim di Venezia e con la Fondazione Solomon R. Guggenheim di New York, del Musée D’Orsay di Parigi, ma anche della Galleria Nazionale di Arte Moderna di Roma o del MART di Rovereto, della Galleria Tretyakov di Mosca e del Museu Picasso di Barcelona. E non mancano i capolavori provenienti da collezioni mai accessibili al pubblico, che sarà un vero privilegio poter ammirare – tra essi, uno dei migliori Monet, un toccante Gauguin, un tempestoso e grande Vedova –.

Ci sono fini conoscitori dell’arte che farebbero pellegrinaggi faticosi pur di poter vedere da vicino opere rarissimamente visibili in Occidente, e in questa mostra sarà possibile contemplarle con emozione: così avverrà, ad esempio, con i tre dipinti di Nicholaj Roerich o con i cinque dipinti di Mikalojus Čiurlionis, che eccezionalmente lasciano le loro sedi rispettivamente russa e lituana. Ci sono file di devoti del geniale e visionario Kandinskij che potranno contemplare alcune sue opere, tra cui «La Piazza Rossa» – altro prestito quasi incredibile concesso dalla Tretyakov di Mosca –, cioè l’opera simbolo della svolta di quel genio russo, quasi frutto di un’estasi e inizio di una nuova strada per il pittore.

La mostra «La forma dell’infinito» è una vera chiave per entrare nell’arte moderna e contemporanea, anche per coloro che non hanno familiarità con essa, scoprendo una delle intenzioni fondamentali che hanno animato tanti pittori dalla fine dell’Ottocento e per tutto il corso del Novecento: rendere visibile l’infinito che dietro la prima apparenza delle cose sussurra alla mente e al cuore umano. L’arte esiste non per produrre decori frivoli né per riprodurre le apparenze di ciò che abbiamo sotto gli occhi, ma per oltrepassarle alla ricerca del mistero, del senso ultimo della vita, e per dare forma a quella tensione vero l’infinito, incantevole e struggente, che ci rende unici nell’universo. Tra pennellate e colori, i capolavori dei più grandi geni dell’arte, specialmente dall’Impressionismo in avanti, sollevano il velo del mondo visibile e lasciano affiorare enigmi, nostalgie, ricerche di chi percepisce l’altro lato della realtà, o il dolore di una finitezza senza prospettive nel caso ci si convinca che non c’è risposta a quella domanda di infinito che ci ritroviamo conficcata nell’anima. La mostra lo racconta nelle sue otto sezioni: i paesaggi mistici; la percezione della Trascendenza; il dramma della finitezza; l’uomo è una domanda; il sogno della vita invisibile; risvegliare lo sguardo spirituale; la sfida al niente; l’altitudine della coscienza.

I visitatori saranno sempre tutti accompagnati da giovani guide ben preparate ad offrire una chiave di lettura completa, iconologica, per ciascuna opera. Scopriranno dunque perché le pennellate si fanno evanescenze impalpabili in Cézanne o in Redon, ed esplosioni di forme mai viste in Kandinskij, e voli coloratissimi in Matisse e segni netti quasi graffiati in Hartung. Al tempo stesso, la mostra farà sentire i visitatori a un passo dall’immensità, personalmente coinvolti: come se quei quadri ci conoscessero, sapessero qualcosa di noi, qualcosa di profondo, e sapessero dirlo in modo tale che noi non avremmo saputo farlo con parole migliori.

SPECIALE
KANDINSKY

Russia, fine dell’Ottocento. Un giovane abbandona la carriera universitaria sedotto dal richiamo della bellezza. È Vassilij Kandinskij, filosofo dell’arte e mistico della pittura. Folgorato dalla pittura popolare russa e dalle icone, dall’arte di Monet, dalla musica, dalle esperienze spirituali che va cercando, Kandinskij pensa che sia giunto il momento di sviluppare uno sguardo nuovo. Vuole farci scoprire che una linea, una forma, un colore, la materia di un supporto, congiungendosi in una composizione, sono capaci di generare un’armonia affascinante, piena di suoni, di vibrazioni. Così un quadro ha il potere di far affiorare la vitalità segreta che sta dietro le apparenze sensibili. In particolare, tutto ciò risuona in Mosca I, Piazza Rossa, dipinta nel 1916. Egli tornava frequentemente con la memoria allo spettacolo del tramonto sui tetti di Mosca, che desiderava incorporare con tutte le sue radiazioni in un quadro. Kandinskij scrive: «Come il ‘forte’ alla fine di un’immensa orchestra, Mosca risuona vittoriosamente. Il rosa, il lilla, il giallo, il bianco, il turchino, il verde pistacchio, il rosso fiamma delle case e delle chiese si uniscono in un coro con il prato verde folle e il mormorio profondo degli alberi; e insieme c’è la neve dalle mille voci canore e l’allegretto dei rami spogli e infine la cintura della rossa muraglia del Cremlino, severo, diritto, silenzioso. E, sopra tutto, come un grido di trionfo, come un alleluia immortale scoppia la linea bianca, intagliata, rigida del campanile di Ivan Velikij. La testa d’oro della sua cupola innalza verso il cielo una nostalgia acuta ed eterna…». Ecco, dunque, il quadro che per Kandinskij rappresenta la celebrazione di un luogo e di un momento di svolta nella sua vita.

SPECIALE
GAUGUIN

Un quadro può racchiudere lacrime e profumi d’altri mondi. Questo si sente davanti al dipinto Natura morta davanti a “L’Espérance”, di Paul Gauguin, mai visibile in pubblico ed eccezionalmente concesso alla mostra «La forma dell’infinito» di Udine. Lo sfondo scelto da Gauguin al vaso di girasoli è un quadro del Museo D’Orsay, con la speranza impersonata da una fanciulla nuda, seduta su un tumulo e su un drappeggio bianco, davanti a un paesaggio desolato di rovine e croci sbilenche, esiti di un recente conflitto. Ma una nuova era è nel rametto d’ulivo che la giovane tiene in mano. È il quadro de L’Ésperance, del 1871, dopo gli orrori della guerra franco-prussiana, l’opera preferita di Gauguin: gli pareva il manifesto di chi non lascia l’ultima parola alla morte. Nel 1901 Gauguin era a Tahiti, in un mondo di silenzio e genuinità. La Natura morta davanti a “L’Espérance” è tra gli ultimi suoi dipinti, con lo sguardo rivolto al mistero. Gauguin ricorda con commozione Vincent Van Gogh. I due artisti avevano vissuto insieme un’amicizia straordinaria, tormentata ma piena di affinità spirituali. Nel tempo che condivisero ad Arles, Van Gogh dipinse girasoli almeno sette volte: erano il suo inno alla vita. Gauguin, una decina d’anni dopo la perdita dell’amico, ripensa ad una frase di Vincent in una lettera di tredici anni prima: «Spero proprio che saremo amici per sempre». Quei girasoli davanti alla Speranza sembrano dire: sì, tu e io saremo amici per sempre.

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